7 dicembre 2007

His Holiness

Se potessi offrirei volentieri la mia casa al Dalai Lama.
Pare che in Italia abbia creato un pò di imbarazzo la sua presenza; non piace alla Cina e dunque, paese libero quale siamo, non è conveniente che piaccia anche a noi.
Il povero esiliato, che soffre della stessa sindrome americana di cui ha sofferto Madre Teresa, e per questo è per me un modello di compassione ma non di analisi politica tuttavia ha trovato in God-bless-America il suo diritto a esistere. Neppure otto dinastie bushiane potrebbero strappare all'America quella capacità di intuire dove risiede il "genio" e così di accoglierlo. Il Dalai Lama è un warm-hearted man ed è capo spirituale di un popolo che ha sposato il valore della non-violenza. Uomo di pace, ha viaggiato nel mondo per portare agli uomini la consapevolezza dell'enorme sofferenza del popolo tibetano e per testimoniare il potere della compassione nell'insegnamento buddista, che diciamo, ha più seguaci di San Tommaso d'Aquino e riscuote più empatiche adesioni dell'encicliche papali.
Questo uomo umile non ha ancora meritato un colloquio con il Papa.
Le ragioni? Non hanno avvertito sua Santità tibetana che per il Vaticano esiste un solo stato e una sola religione, di conseguenza nella monarchia assoluta si accettano solo vassalli e valvassori, non altri re.
Il Tibet danneggia la "ragione" senza la quale non si rafforza la "fede"( credevo che ci volesse anche il cuore!): conosco cattolici teodem che sorridono con scherno sulla credenza dell'incarnazione ma non rabbrividiscono di fronte alle apparizioni di Padre Pio. Per i molti cattolici ortodossi, il buddismo è una spolverata di relativismo sulle coscienze: responsabile di questo sono stati i media che hanno relegato Buddha a patrono di hollywood e dei divi americani, come altrettanto responsabili sono stati i buddisti nostrani, fondatori di scuole approssimative, snaturatori di una fede millenaria ridotta in pillole di saggezza, yogisti e bevitori di tisane che hanno assunto una forma credendo di dargli sostanza. Superficiali, direi, come molti di noi, cristiani della messa domenicale, visitatori di santuari dubbi e cultori di miracoli di cartapesta.
Ma chi ha visitato la Cambogia, chi ha soggiornato nelle strade povere dell'India, chi ha visto i tramonti birmani vi dirà il buddismo è altro...è innanzitutto fede di milioni di poveri asiatici, espressione altissima di adesione alla realtà e di accettazione degli eventi, di amore accogliente che fa dire al Dalai Lama quanto egli comprenda le ragioni dell'altro, fosse pure la Cina violenta e usurpatrice o un Papa accartocciato su se stesso o un paese piccino e senza ossigeno come l'Italia. Joseph è intenzionato a lasciar il cuore fuori dalla porta di quelle stanze che accolgono, senza vergogna, preti e politici già in bocca a Cerbero; il cuore è troppo femminile per sedere sul trono; non può che essere relegato nelle sale di servizio.
Geniale allora l'intuizione di Tenzin Gyatso: se sarà necessario rinascerò donna. Neppure un Papa potrebbe mai arrivare ad una simile grandezza: lo Spirito potrebbe aver bisogno di un corpo di donna, di nuovo! E sì che Buddha non ha avuto parole positive sul mondo femminile e sì che il monachesimo buddista non lascia spazio alla creatività delle donne; eppure se un uomo, capo di una religione, è ispirato ad una simile rivoluzione allora le mie orecchie tendono all'ascolto e tutto intorno si fa silenzio. Il sentiero dello Spirito creatore è imprevedibile e il suo suono è una vibrazione armoniosa e sottile: come il vibrare della scodella vuota del monaco birmano. Se provate a toccarla, ha un suono che si prolunga fino alle viscere; nell'assenza di concetti e idee, il cuore si muove verso un sentire e un'emozione che chiede pace. Il Dalai Lama è in pace con se stesso per questo dalle sue parole non cola amarezza o giudizio: il suo cuore è libero di contenere tutto.
In fondo, è emblematico, ha un valore simbolico che il monaco tibetano resti fuori dalle porte di bronzo di un regno- lo Stato Vaticano-ancora lontano dalla strada del vero "svuotamento" e del cambiamento.

"Ciò che oggi spinge un buddista, specialmente un monaco, ad abbracciare ogni forma di protesta non violenta è una scelta ispirata all’ideale del bodhisattva, una figura molto vicina a quelle di certi santi cristiani: questi angeli della compassione dedicano la propria vita alla salvezza degli altri riconoscendo come non vi sia altra alternativa che la profonda compartecipazione alla sofferenza altrui, sia sul piano spirituale che umano." Stefano Bettera
www.viator.it

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