17 novembre 2007

In attesa di primavera...

Un'aria buona giunge da Genova, nonostante gli infelici slogan di guerra e vendetta di qualche ala del corteo: è un'aria di gente giovane con voglia di esistere politicamente e ricordare a questo governo, nato in principio con uno sguardo a sinistra, che è sul tema giustizia che hanno investito le loro maggiori speranze.
Troppe storie restano sospese e affossate da una cronica e cancerogena abitudine a nascondere, sotto il tappeto degli eventi, i fatti e le loro evidenze con un incredibile azione di pacchiano mascheramento; ma distinguerci dalle passate legislature che hanno sempre amato la muffa e la naftalina per proteggere le vicende in busta chiusa, diventa oggi un' azione biologica, l'unica, per vivere e farlo bene.
La trasparenza dei conti ci sembra un dovere indiscutibile ma la trasparenza dei fatti di Genova o di scalate bancarie ecc. ecc. sarebbe una "glasnost" nostrana con un impatto di proporzioni impensabili: finalmente l'Italia farebbe un salto qualitativo dall'era della fiction a quello della storia di un paese cresciuto nella responsabilità e senza la sindrome da pinocchio.
Chissà se si può ancora tornare a sperare, pensavo mentre scendevo dal treno, alla stazione di Bologna, e l'occhio si fermava addolorato davanti allo squarcio, cupo come una lapide, della sala d'attesa carica di memoria e sangue.

Le vittime hanno bisogno di giustizia per iniziare un processo di guarigione dal trauma: è una delle osservazioni rilevanti che ho ascoltato dal dottor Mollica, ricco di quindici anni di esperienza di incontri con uomini e donne travolti dalla sofferenza indicibile delle torture e dalla violenza privata e collettiva (Le feriti invisibili - Il Saggiatore).
La visibilità, il riconoscimento dell'esistenza, lo spazio per il racconto sono metodi utilizzati da un certo tipo di "assistenza medica" nei confronti di chi ha sofferto. Accade invece che nel nostro paese, il silenzio, l'omertà, la rimozione facciano da protagonisti e la vittima resta senza voce e senza più volto: semmai diventa oggetto di spettacolarizzazione e manipolazione politica.
La ferita riguarda tutti, non solo la vittima: penso agli omicidi di mafia e al loro peso di piombo sulla vita quotidiana di tutta la collettività, ma anche a tregedie come Cogne, trasformate in circo dell'orrore e tossiche al punto da deumanizzare non solo i protagonisti ma l'intero pubblico in ascolto.
Nel fondo, resta l'orrore e poca speranza di recuperare le proprie risorse per guarire dall'annientamento. E' inevitabile diventare così selettivi sui canali di informazione e andare a cercare quelle voci e esperienze che aiutino a recuperare qualche dato più autentico sugli eventi.
La vittima ha bisogno di giustizia.
I miei pensieri corrono qua e là a rincorrere le vittime e le trovo dovunque, in ogni angolo della strada: gli immigrati, i rom, come noi, dentro il tritacarne dell'informazione che ha ridotto noi italiani a vittime perenni e loro a un virus minaccioso in giro per l'aria pronto a colpire. La giustizia invece è ridare volto a queste persone e restituirgli una storia, una radice, una trama che li ha portati qui sull'asfalto, a morire dentro.
I media usano interpellare gli esperti, i sociologi, gli opinionisti per far finta di cercare le ragioni della violenza e degli abusi. Io invece vorrei che noi ascoltassimo le loro voci, quella degli uomini senza nome, e del medico che li cura: il prof. Aldo Morrone. L'ho incontrato ad una conferenza di Mollica e ha lasciato un segno sul pubblico di studenti e relatori; dermatologo presso l'Istituo San Gallicano, ogni giorno incontra immigrati, rifugiati, prostitute e barboni e ne cura le piaghe, anche quelle interne, perchè nel suo dipartimento loro tornano uomini e donne prima che la strada li ringhiotta.
Ogni volta che la vita mi offre l'occasione di ascoltare chi è più avanti di me nel cammino della coscienza e nella realizzazione dell'azione, riprendo quota e energie di speranza. Gli ho promesso che andrò a trovarlo a San Gallicano, vorrei che fossimo in tanti a farlo: ci sono filantropi che riversano copiosamente denaro nelle onlus e intanto sorridono di fronte ad una telecamera; ma ci sono uomini il cui pensiero e le cui competenze non sono che gesti nascosti e impercettibili, osteggiati dalle istituzioni e dai poteri centrali, scelte di campo vere e autentiche che profumano il cammino polveroso degli uomini.
Che sia possibile riprendere a gustare, un giorno, una storia umana fatta di giustizia e testimonianza verace!

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