9 ottobre 2007

Prodigio dell'infanzia

La storia del Nobel per la medicina all' italo-americano Mario Capecchi è già una trama per Hollywood. Potrebbe ispirare un regista per una versione nostrana di My beautiful mind. Ho letto la sua incredibile storia sull'Independent e su altri quotidiani italiani: c'è una parte del racconto che lascia con un sentimento di immane compassione e ammirazione.

Mario bambino, perduto il padre in guerra, si trova affidato a dei contadini nel veronese, all'età di 4 anni, dopo la deportazione a Dachau di sua madre, poetessa vicino ad un gruppo antifascista. A soli quattro anni finisce così in una famiglia estranea e a cinque, inspiegabilmente per la strada, a vagare come un cane affamato, talvolta in compagnia di bambini abbandonati, cuccioli randagi in cerca di cibo. All'età di sette anni, finisce per miracolo in un ospedale emiliano che cura le sue febbri e lo strappa dalla morte certa: ma sarà solo a nove anni che il più grande miracolo della sua vita si realizzerà. Sua madre, dopo l'arrivo degli alleati, tornerà libera dal campo di concentramento e vagherà per un anno in cerca del figlio che ritroverà in quel provvidenziale ospedale.
Sono storie di fronte alle quali ci si può solo inginocchiare: misteri straordinari dell'animo umano capace di resistere alle più grandi delle alienazioni e alle più atroci degli abbandoni. A salvare infine il futuro di questo ragazzo, saranno le comunità quacchere americane, gli studi nell'Ohio, l'università di Harvard e quella parte sana dell'America del dopo guerra che resta nell'immaginario di molti.
Mi sono soffermata a lungo su questa storia, per la sua incredibile potenza e capacità di risvegliare in me la speranza che l'uomo può farcela sempre, a dispetto della sua stessa storia di morte. Mi sono interrogata sul bambino di strada, che ruba e si nasconde e ho inevitabilmente pensato ai piccoli rom e alla loro vita negletta in un mondo difficile per i bambini. Mario è riuscito a vivere, a vivere dentro, sul piano psichico, a non farsi spezzare e ridursi in un cencio di malattie mentali o violenza o disintegrazione. Cosa può averlo salvato?
Ho pensato a sua madre, creatura libera e intensa che deve avergli passato delle carezze primordiali, delle parole d'amore, dei baci vitali da mantenerlo in vita per il resto di quei giorni solitari dell'abbandono. Magari con un verso poetico dalla sua bocca di artista, può aver arricchito i silenzi del bambino, a piedi per la strada e nei campi!

Tante volte, recandomi a piedi in ospedale per la chemio, mi soffermavo sul futuro, sulle mie figlie -allora di 6 e 7 anni- sul dolore dei piccoli che rimangono orfani. Era la loro felicità a rischio, la loro vita senza ritorno, il loro benessere e il futuro di crescita, studi, interessi inghiottito dalla possibilità di vivere senza madre?
Cosa era poi dare la vita ai propri figli? Assicurare loro dei genitori fino a tarda età? Ma i genitori sono davvero tutto il significato misterioso che gira intorno all'anima di un bimbo o altre forze risiedono nel fondo di quell'universo puro? Cosa era poi vivere se non si riusciva a dare pace, un sorriso, una ninna nanna, una spensieratezza anche dentro la morte e la sofferenza?
Mi resi conto, in quel momento, mentre gli aghi facevano il loro lavoro e il liquido mi torturava le membra che non avevo altro luogo, altra palestra, altra possibilità che quella, per educare le piccole future donne alla resistenza contro uno dei demoni più duri e spietati: la disperazione. Bisognava recuperare tutte le pozioni magiche dell'allegria, i sortilegi della sdrammatizzazione, far ricorso all'antidoto dell'amore che non cede alla pazzia. Parlare della morte era necessario, della partenza, dell'esilio e del ritorno...senza dire troppo, con delicatezza, ma senza menzogne a se stessi.
Poi i bambini hanno il loro modo di elaborare le paure e le favole lo raccontano, così come i miti antichi ci parlano delle nostre ricerca alle grandi domande. Mentre ragionavo sulla vita del nostro Nobel, E. tornava da scuola con un temino scritto da lei, sorprendente, una straordinaria coincidenza con la storia di Mario e con i miei pensieri: un racconto che voglio dedicare oggi ai bambini scomparsi dalle loro famiglie, ai bambini di tutte le guerre, all'infanzia che ci accompagna come grazia e benedizione...

C'era una volta una mamma che aveva un figlio e lo amava così tanto, però un giorno lo dovette lasciare nel bosco perchè c'era un maleficio in città fatto dalla strega. Allora per giorni e giorni il bambino vagò per il bosco e un giorno un orso lo prese e lo portò insieme ai suoi cuccioli e il bambino diventò uno di loro. Era un bambino orso. Un giorno, dopo anni, incontrò nel bosco sua mamma e il suo papà, ma loro avevano paura dell'orso. Il bambino riconobbe subito i suoi genitori e anche loro, così si abbracciarono e vissero insieme felici e contenti insieme agli orsi e agli orsetti.

Così sia, per tutti.

4 Comments:

Anonymous Anonimo said...

mi fai pensare e vorrei raccontarti un paio di cose. ma tu non hai lasciato da nessuna parte un tuo recapito...che faccio?
d.

10/10/07 16:04  
Blogger angela said...

scrivimi all'email: macaltieri@gmail.com
aspetto i tuoi pensieri caro/a d.

10/10/07 16:08  
Anonymous donmo said...

Anch'io sono stato colpito molto da questa storia e molto ci ho pansato.Al bambino, ma soprattutto alla madre, a cosa avrà pensato e provato negli anni di prigionia, ma soprattutto nell'anno (una volta liberata) in cui ha cercato il suo bambino. Mi è sembrata (e la cosa non sembri blasfema) un'icona del Dio che sempre cerca l'uomo anche quando quest'ultimo sembra aver perduto le speranze di essere trovato da qualcuno.

10/10/07 21:27  
Blogger angela said...

che bello!

10/10/07 21:40  

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