18 aprile 2007

L'era della debolezza

E se infine noi-cassandre avessimo ragione?
Se fosse davvero finito il tempo delle grandi conquiste, dell'uomo al centro dell'universo, il tempo dell' autoaffermazione, dell'autocelebrazione, del narcisismo ossessivo e distruttivo?
E' evidente, sotto gli occhi di tutti, che società consacrate al potenziamento bionico dell'umano abbiano prodotto eserciti di infelici, giovani confusi e annientati da obiettivi irraggiungibili o dall'inutilità del loro raggiungimento, crisi di onnipotenza frustrata tradotta in violenza gratuita (dal kamikaze di Bagdad alla Virginia).
Aver spinto fino all'estremo il modello vincente del superonismo moderno ha prodotto anche l'estremo rovesciato del suo volto: la distruzione fine a se stessa, la meta-morte.
L'uomo ha fallito.
Cresciuti con il pane hollywoodiano crediamo di attendere la scena finale, tremenda e catartica, quella del non ritorno, esorcizzando nel frattempo la paura con l'intrattenimento.
Basta cambiare canale e non c'è più niente che turbi le speranze vacue del futuro.
Non accorre arrivare al "the day after" per dire che è finita: basterebbe svelare a se stessi che il the day after sia già avvenuto e che viene, che l'apocalisse arriva ogni giorno per milioni di uomini (soprattutto Africani) e che la strada percorsa in questi millenni sia stata infine un grande equivoco.
Come invertire la rotta sulla mappa di un viaggio che trova la metafora nella deriva dei continenti?... è urgente riproclamare di nuovo l'anno zero, l'anno di liberazione dei miseri, l'inizio dell'era della debolezza.

Sarebbe un' era dell'estinzione dell'uomo titatico e della nascita dell'uomo solidale.
Era di nuove prospettive a portata di bambino, con sogni di decrescita felice per dirla con Pallaro, con ambizioni semplici e comunitarie dove piantare un albero vale più di un'autostrada!
Madri che tornano ai loro figli e alla bellezza delle donne in gruppo che fanno casa, villaggio, sostegno e pace; padri che sanno attendere le stagioni e il cambio del vento e guardano alla terra per capire cosa accadrà e che non hanno altro sogno che l'infinito oltre la siepe.
Poeti che tornano a popolare le strade e cantarci l'amore che non ha più la malinconia dell'impossibile ma la tenerezza del quotidiano e del tepore delle braccia della sposa.
Figli a cui si insegna la spoliazione dalle cose e il coraggio della sobrietà, le conquiste su se stessi e sulla propria ferocia, l'unica guerra veramente da portare a termine.
E Dio nascosto tra le pieghe del giorno, senza ambizioni di templi e sacrifici ma solo leggera ebbrezza del vento e silenzio...

2 Comments:

Anonymous Anonimo said...

Che bello leggere le tue riflessioni ogni volta che passo.jole

19/4/07 20:30  
Blogger guglielmo said...

"E Dio nascosto tra le pieghe del giorno, senza ambizioni di templi e sacrifici ma solo leggera ebbrezza del vento e silenzio..."
Si credo anch'io ad un Dio così -:)))

5/8/09 08:45  

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