3 dicembre 2006

Le Malebolge

E' andato in scena il popolo dal ventre mai sazio, fauci spalancate per ingoiare l'aria che gli sfugge, materia spurgata dalla città-teatro che subisce barbagli di una falsa luce. Tutto è bigio, triste e opaco, la materia si fa livida sotto la tortura del suo movimento e il cozzo continuo delle cose produce parole che sono gemiti e offese e uno stridente boato e ogni idea è un tenebroso richiamo al "gran funerale dei sogni e della luce" (Rebora, Fr XVI).
E Cerbero è lì imponente mostro virtuale che controlla la scena e le luci e il trucco e i perduti bramosi di fagocitare speranze e oro:
" Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è sommersa.
Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e 'l ventre largo e unghiate le mani,
sgraffia li spirti ed iscoia ed isquatra...
Quando si scorse Cerbero, il gran vermo,
le bocche aperse e mostrocci le sanne,
non avea membro che tenesse fermo.
E 'l duca mio distese le sue spanne,
prese la terra, e con piene le pugna
la gittò dentro a le bramose canne.
Qual è quel cane ch'abbaiando agogna,
e si racqueta poi che 'l pasto morde,
che solo a divorarlo intende e pugna,
cotai si fecer quelle facce lorde
de lo demonio Cerbero, che 'ntrona
l'anime sì, ch'esser vorrebber sorde".
(Canto VI)

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