14 novembre 2006

Insegnamenti

Giovanni... cosa mi ha insegnato quest'uomo?
La famiglia d'origine è spesso il luogo dove si consuma il peggiore delitto. Conosco troppa gente che sta male: persone che in famiglia non fioriscono ma possono sopravvivere solo nella distanza.
Accade spesso che non si venga riconosciuti proprio lì dove si è più messi a nudo, più vulnerabili e che questa fragilità non sia accolta e coccolata dai componenti della famiglia ma rigettata addosso come senso di colpa. Mi ha sempre sorpreso come sia facile tra genitori e fratelli il cronicizzarsi di certi comportamenti, l'assumere come automi i ruoli da recitare (il prepotente, il sensibile, il perdente, l'egoista) e portarli avanti con ostinazione per tutta una vita. Eppure si dice che nessuno ti ama come la tua famiglia: sono stata testimone di come questo amore possa fagocitare o obbligarti ad essere un qualcuno che non si è mai scelto di essere.
La famiglia d'origine è la nostra terra, da dove veniamo, o l'inferno a cui torniamo quando dobbiamo trovare un nome alle nostre inquietudini: chi sceglie l'esilio dalla propria casa, viene colpito dall'accusa di non amare, di non prendersi cura. In verità è legittima difesa. O tentativo disperato di cercarsi la propria identità. E mai che si insegni a viverlo come un diritto dell'individuo che deve andare via per poter tornare e farlo per amore (sto pensando alla parabola del figliol prodigo).
Mi ha colpito fin da bambina la contraddizione degli adulti che parlavano delle priorità del matrimonio salvo poi disconoscere il proprio fratello che per proteggere se stesso e la compagna (magari solo tollerata ma vissuta come segno dell'autonomia conquistata) era pronto anche al rifiuto della madre o meglio alla sacralizzazione di questa relazione. Non so se sia un problema tutto italiano ma ogni famiglia sembra avere la grande ombra uterina oscurare il suo orizzonte. E le sorelle e le nuore non fanno che dilatarla quest'ombra fino a chiudere lo spirito dell'altro e di se stesse in un cerchio soffocante.
E la debolezza del padre...quanti danni se il padre non ha stima di sè e vive nascosto a se stesso e il disprezzo cade a pioggia sui figli e fa dei maschi delle virilità sepolte sotto macerie di ignavia, vigliaccheria, mediocrità.
Ho visto tutto questo negli anni farsi carne dentro le storie sofferte di molti uomini e donne e tutto partiva da un principio: non riconoscere all'altro il diritto di esistere, dell'essere diverso da se stessi o dal clan , di portare la "ferita" che riceviamo come consegna dalla famiglia fin dai primissimi giorni di vita e che siamo chiamati a curare, a medicare, con la quale nel viaggio dell'esistenza siamo obbligati a riconciliarci se vogliamo vivere in pace.
Ecco da Giovanni ho imparato proprio questo: non è bastato andare via, liberarsi della madre e del passato, rifiutare i fratelli che non sapevano richiamare altro che il ruolo dello sconfitto. Sarebbe stato necessario guardare la ferita, sciogliere il nodo che serrava il respiro e impediva alla vita di fluire gioiosa.
Così il suo cuore si è spezzato, anche fisicamente: non poteva scegliere la morte un' immagine più simbolica!

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