9 ottobre 2006

Stralci di genio

Sto leggendo un libro difficile che mi richiede continua masticazione. Più lo mastico e più comprendo che questo cibo è voce profetica; autore Maurice Bellet sacerdote francese e psicanalista. Il quadro che dipinge a partire dalla sua storia personale è quello della avvenuta consapevolezza della deflagrazione di ogni potere religioso e ogni ideologia, ridotti ormai a cumolo di macerie, e dell'emergere di una nuova coscienza.
La Società e le Chiese sono strutturate, sotto la parvenza della tolleranza, su un rigore ferreo dei propri funzionamenti: culto, dottrina, disciplina.

"L'Ordine dà un immenso sollievo. La vita è a posto, si è liberi dalla prova. Non da prove e sofferenze, ma liberati dalla Prova con la maiuscola.
L'Ordine vorrebbe mascherare, mettere ai margini, ridurre, spiegare...il patologico, la deviazione o il crimine...il bassofondo...E come non bisogna difendersene? Senza dubbio. E tuttavia la Prova in se stessa non si identifica con questi crolli: è la traversata, è il passaggio per questa strada.
E' quell'incredibile sormontare in cui l'uomo varca appunto la soglia della vertigine per trovarsi in quell'umano dell'umano...(dirà altrove, aver scoperto in sè stessi il Dio crudele e barcollare, muoversi senza perdere la fede, e nemmeno il Cristo, ma entrare in un altro mondo).
Molte persone, abitanti apparenti dell'Ordine, hanno conosciuto in se stesse l'incrinatura spietata: hanno l'apparenza di cittadini ordinari di questo mondo e sono dei sopravvissuti dalla propria sconfitta.
Ma l'Ordine non vuole saperlo; esso è nella sua sostanza la negazione della Prova.
E credo anche questo che il luogo del Vangelo è la Prova, che questo è quanto dice il Crocifisso: la fine del mondo, di questo mondo, la catastrofe impensabile dell'Ordine, la rovina del tempio, la legge annientata dal suo superamento, il Messia assassinato, buttato fuori dalla città, attorniato da miserabili: ecco il re e il Dio.
E' la fine dell'Ordine, lo scacco irreparabile di ciò che porterebbe la Pace in questo mondo, la pace dell'accettazione.
Il mondo muore perché non sa accettare.
Ecco che s'annuncia la novità che sarà sempre nuova e che segna l'irreparabile contraddizione: l'Ordine è infranto, la lacerazione è la nostra nascita, dobbiamo essere il parto dell'uomo in verità.
Coloro che si affaticano a prepararci un ritorno dell'Ordine possono avere le ragioni migliori e avranno l'appoggio delle popolazioni; ma essi rappresentano una vana resistenza all'evento anzi all'avvento: sta venendo l'uomo che dovrà portare il peso dell'impossibile (più avanti dirà che è l'Amare senza ritorno!)
E sarà un altro ordine, con altro segno: non più l'interiorizzazione della grande Immagine ma la crescita e la costruzione a partire dal germe, dal seme impercettibile, da dentro e dal centro del dentro, senz'altro principio di sapere che quello di cui non sai nè donde viene nè dove va.
Ma questo dentro...è l'abisso felice che comunica con l'Indicibile.
E' la sorgente della sorgente.
In questo modo ognuno di noi sarà ciò che è, secondo la divina potenza, e noi saremo insieme la possibilità dell'intesa buona: fino al fondo, persino nell'attraversamento dei terrori. Presto non resterà più altro cammino, altro avvenire della società, che lavorare, lavorare a questa verità condivisa.
Il resto se ne va a brandelli."

E' la fine delle Idee, dei temi religiosi, della filosofia, delle sinagoghe, degli imperi: "e' la lacerazione dell'essere e di ogni pensiero. Bisogna ripartire dal grido di derelizione:
Eloi, eloi, lamma sabactani!
E' la fine del mondo, dentro di noi non fuori di noi, e l'inizio di una aurora incomprensibile:
l'uomo arrivato al limite del mondo e di se stesso, senza protezione, costretto collettivamente a ritrovare la strada di una nuova genesi.
E' il superamento del limite, un nuovo parto, la venuta al mondo dell'improbabile, di quell'Uomo in cui si dissolve il regno implacabile della tristezza."

Ed è meraviglioso che alla fine del cammino questo ottantenne scriva il canto alla fede pura che è allegria e agàpe, sprovvista di tutto, senza rappresentazione, senza oggetto, senza appoggio...
Ciò che è nuovo- e nuovo non è- è che non resta nient'altro che l'amore.

Ora capisco caro Maurice Ballet, perchè i cammelli entranno nelle crune, e le prostitute ci precederanno!

Maurice Ballet - La lunga veglia 1934/2002 - ed. Servitium

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