7 gennaio 2007

Italy, land of waiting

Il ritorno a casa è sempre il ritorno alle quotidiane sicurezze; il caffè la mattina -quello vero che solo a casa viene bene- bevuto nel silenzio della cucina, mentre fuori albeggia è il piccolo scialle caldo con cui avvolgo l'anima e mi aiuta a pensare al giorno che viene e al lavoro che richiederà.
Sono rientrata in Italia e sono contenta di averlo fatto.
Nonostante la nostalgia della campagna inglese io non ho dubbi che il mio posto è qui. Non li ho mai avuti veramenti i complessi da esterofilia semmai ho nutrito per lunghi anni il bisogno di rientrare e far parte del faticoso cammino di questo paese. Amo l'Italia come si ama un figlio disgraziato, lazzarone e recidivo, con una amore misto tra la voglia di prenderlo a sberle e cacciarlo per sempre di casa e la voglia di inseguirlo, abbracciarlo, redimerlo.
Mi hanno dato sempre della pazza per aver lasciato l'Inghilterra, la carriera e la vita sognata dalla gente che legge gli affari di William e della casa reale, per una storia italiana fatta solo di scontri e sconfitte.
Sì ho scelto, tre anni fa, e lo scelgo tutti i giorni questo matrimonio infelice perchè credo al tempo come maestro di opportunità e guarigione e alla forza della bella gente che ho incontrato e mi ha formato negli anni. Bisogna restare, giocarsi la vita dentro una realtà che richiede coraggio e amore a fondo perduto, restare per contribuire al cambiamento e alla rivoluzione silenziosa della vita ordinaria.
Stesso amore contraddittorio per la mia Chiesa; nonostante la voglia di abiurare, non c'è giorno che la mia coscienza non venga martirizzata di fronte agli errori grossolani e alle scelte prive di visione e profezia di questa chiesa temporale, tuttavia resto dentro perchè l'amo come Catullo ama la sua Lesbia e perchè ho visto altro, i confini non si limitano a Roma: lo Spirito non abita più nel tempio!
Dunque c'è molto da fare.
Dai prossimi giorni sarò nell'ospedale fatiscente del Forlanini e tra le pareti squallide con i poster sui viaggi esotici tanto per distrarre i malati e ricordare loro che c'è sempre qualcosa da sognare, prima di morire, con le infermiere sgraziate e dai decibel assordanti, tra le ore lunghissime di attesa finchè il guru dell'oncologia non ti intrattenga per smistarti tra i vari reparti, mi siederò tra la gente e mi dirò senza rimpianto: voi siete la mia campagna, le mie colline, la mia storia!

1 Comments:

Anonymous Anonimo said...

passo ogni tanto e leggo i tuoi racconti,sei una persona meravigliosa.
CIAO

10/1/07 09:15  

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